I Millennial hanno seguito una formula ben nota: conseguire una laurea, svolgere tirocini e lavorare molte ore per progredire nella carriera e raggiungere la sicurezza finanziaria. Ma oggi molti ritengono che questo impegno non abbia garantito la stabilità promessa, poiché l’alto costo della vita e un mercato del lavoro difficile rendono più arduo pianificare il futuro.
L’articolo cita dati del Kiel Institute for the World Economy secondo cui i Millennial impiegano circa 14 anni per risparmiare il capitale necessario ad acquistare una casa, rispetto ai sette anni dei Baby Boomer. Una ricerca di Deloitte ha inoltre rilevato che nel 2025 quasi la metà dei Millennial si sentiva finanziariamente insicura, mentre più della metà rimandava importanti decisioni di vita, come sposarsi o mettere su famiglia, per ragioni economiche.
Un esperto intervistato nell’articolo descrive questa situazione come una crisi professionale radicata in un’aspettativa disattesa: che lealtà, apprendimento e duro lavoro avrebbero portato a una promozione, a una casa confortevole e alla sicurezza nella terza età. I Millennial hanno spesso reagito cambiando lavoro, mettendosi in proprio, lavorando part-time o trasferendosi all’estero.
Chi è diventato manager deve affrontare un diverso tipo di pressione. Avendo conosciuto le gerarchie e le culture aziendali dell’epoca dei Baby Boomer, molti desiderano guidare con empatia, favorire la sicurezza psicologica e ricorrere ad approcci digitali. Tuttavia, si trovano stretti tra le richieste di risultati dei dirigenti senior e le richieste dei dipendenti più giovani di confini più chiari e di un lavoro più significativo. L’esperto sostiene che le rappresentazioni online dei manager Millennial spesso ridicolizzino i sintomi senza considerare le pressioni che ne sono all’origine.
Questa pressione è cresciuta nel contesto di ripetute crisi, tra cui la crisi finanziaria, la pandemia, la guerra in Europa, la rapida inflazione e l’arrivo dell’intelligenza artificiale, che mette alla prova competenze sviluppate dai lavoratori nel corso di anni. L’esperto richiama inoltre una ricerca secondo cui, nell’arco di quasi 30 anni, la sensazione degli studenti di dover soddisfare le aspettative altrui di perfezione e rendimento è aumentata di un terzo: un incremento che ha coinciso con gli anni universitari dei Millennial.
Il consiglio proposto è di ampliare la definizione di successo. Anziché considerare la carriera una scala di titoli e promozioni, l’esperto suggerisce di vederla come un insieme di competenze, relazioni, salute e tempo. Un’altra raccomandazione è sperimentare possibili percorsi di vita e di carriera attraverso piccoli tentativi, invece di aspettare di avere un piano perfetto.
L’intervista distingue i Millennial dalla generazione Z per il modo in cui ciascun gruppo reagisce all’insoddisfazione. I Millennial hanno teso a mettere in discussione il sistema cercando al tempo stesso di avere successo al suo interno, spesso attraverso scelte individuali come cambiare lavoro o seguire una formazione ulteriore. La Generazione Z è più incline a contestare pubblicamente il sistema, a porre dei limiti e a mettere in discussione le idee consolidate sull’istruzione, l’occupazione e l’avanzamento di carriera.
L’esperto afferma che la Generazione Z si trova già ad affrontare diverse sfide concomitanti, tra cui il costo della vita, la riduzione delle opportunità d’ingresso nel lavoro impiegatizio qualificato, mentre l’intelligenza artificiale si fa carico di alcune mansioni, i dubbi sul fatto che l’istruzione garantisca un impiego sicuro e le preoccupazioni per la salute mentale. L’intervista sostiene inoltre che i social media mettono in contatto i giovani di diversi Paesi, ma possono contribuire al tempo stesso a una crescente sensazione di isolamento.
L’articolo si conclude con un appello a politiche che offrano ai giovani prospettive migliori. Cita dati secondo cui nel 2025 circa 97.000 tedeschi in più hanno lasciato il Paese rispetto a quelli che vi si sono trasferiti, contro gli 81.000 del 2024. Secondo l’intervista, molti di coloro che se ne vanno sono laureati e tra le motivazioni principali figurano le opportunità professionali e lo stile di vita. L’esperto respinge l’etichetta di generazione giovane «pigra» e sostiene che le persone negoziano con maggiore attenzione orari di lavoro, finalità e salute, quando l’impegno non conduce più in modo affidabile alla sicurezza o alla proprietà di una casa.
Fonti: Handelsblatt.