Una norma inserita nella legge di bilancio italiana per contenere la spesa per gli adeguamenti retributivi dei magistrati fa più che ripristinare il metodo della media ponderata per collegare la loro retribuzione agli stipendi del settore pubblico. Essa elimina inoltre una modifica introdotta nei conti dal Consiglio di Stato, escludendo dalla base di calcolo gli arretrati generati dai ritardi nei rinnovi contrattuali.
Il nuovo limite non copre il periodo 2021-2026 che è stato oggetto delle decisioni dei giudici amministrativi, ma mira a fermare il rischio di una crescita geometrica dei costi alimentata dai parametri stabiliti in quelle sentenze. Secondo la fonte, tali parametri richiedevano 241 milioni di euro per regolare il 2021-23 e 738 milioni di euro per il 2024-26, 979 milioni di euro in totale, oltre a un effetto sull’anno successivo.
I magistrati, come i professori universitari e gli alti ufficiali militari, non hanno un contratto e ricevono adeguamenti retributivi periodici misurati rispetto all’incremento medio pro capite ottenuto dal resto del settore pubblico nello stesso periodo. I magistrati ordinari e amministrativi hanno impugnato i parametri Istat utilizzati per i decreti del 2021 e del 2024; il TAR e il Consiglio di Stato li hanno annullati, chiedendo una media semplice — che attribuisce maggiore peso alle categorie piccole con dinamiche salariali più vivaci — e che fossero inclusi gli arretrati dei contratti firmati in ritardo. La nuova norma ribalta entrambi i punti. Per evitare ulteriori contenziosi, introduce parametri permanenti ma non interviene sui costi maturati finora, il cui pagamento resta legato alla nomina di un commissario ad acta perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non è disposta a firmare i decreti rivisti.
Fonti: Il Sole 24 Ore Italia.